L’antica democrazia diretta di Karak e le confessioni religiose senza conflitto

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“Medio Oriente senza cristiani”?

“Che a iniettare la violenza produttrice di questa guerra civile non siano Sunnismo e Sciismo, ma gli artefici di piani politici egemonici o imperiali, è una costante storica […] dalla guerra del 2003, in campo è rimasto solo il settarismo. Si può uscire da questo vicolo cieco senza coinvolgere o ricorrere alle comunità?”

 

“[..] è troppo comodo pensare che con i musulmani esista solo il sistema delle minoranze protette. E’ una scorciatoia e una bugia. E la storia delle tribù di Karak lo dimostra.

«Nelle steppe isolate di Karak, in Transgiordania, un sistema sociale originale è perdurato dai tempi antichi fino al XX secolo», ha scritto su «L’Orient-Le Jour» Antoine Courban. «Lì l’ordine ottomano non aveva nulla di ottomano e ignorava la norma che stabilisce una stretta gerarchia tra “credenti” e genti del libro (ebrei e cristiani) ridotti a dhimmis, cioè minoranze protette. Le tribù di Karak erano organizzate in una federazione governata da un’assemblea formata da rappresentanti delle tribù federate. I rappresentanti potevano indifferentemente essere cristiani o musulmani.

Il parametro era il lignaggio e non l’appartenenza confessionale. La preminenza sociale era retta da un sistema fondato su origine e onore, senza alcun legame all’appartenenza confessionale. Alla base sociale del sistema c’erano gli esclusi, i nomadi e i neri. Costoro non potevano entrare nel gioco politico delle alleanze, né condividere il potere. Gli era proibito portare armi e possedere terre […]. L’ordine politico e quello tribale coincidevano in questa strana società. La convivenza, o il vivere insieme di Karak, andava ancor più lontano di quel che è andato dall’Andalusia al cuore della terra dell’islam. […] Non esiste alcuna coesione propriamente cristiana, generata dall’identità collettiva in quanto comunità religiosa, ma piuttosto una competizione permanente dove cristiani e musulmani giocano secondo le stesse regole di un gioco sociale nel quale le tribù, e non i gruppi confessionali, sono considerate come i soggetti concorrenti».

Molto spesso in questo sistema tribale erano i preti a svolgere le funzioni di qadi, giudici islamici, essendo tra i pochi alfabetizzati. Non c’è forse in questo strano sistema tribale una traccia del «vivere insieme» mediterraneo?

Le tribù e il tribalismo sono una realtà sociale di cui bisognerebbe tenere maggiormente conto quando si parla di Oriente. Anche per questo il passaggio dall’urlo «Dio è più grande» a quello «il popolo vuole» appare davvero epocale. Più che la supposta immodificabilità dell’islam sono state le atrocità della storia e la forza delle mitologie a rinviare questo appuntamento fino ai giorni nostri, tarpando le ali del riformismo sociale mediorientale. Cancellando dalla realtà storica dell’Oriente il costituzionalismo ottomano, una visione tanto ideologica quanto metastorica dell’islam ci ha convinto che con i musulmani sia possibile solo la formula delle minoranze protette.

Protette dal «Sultano», ma inferiori alla comunità musulmana, la cui legge ovviamente prevale quando un membro delle minoranze protette viene a contatto con un musulmano. Questo sistema ovviamente pone anche dei limiti ai cittadini di «serie b», impedendo loro di assumere alti incarichi o di svolgere determinate funzioni. Ma li fa «sopravvivere».

È davvero una dimensione «eterna e consustanziale» non all’«islam reale», quello di ieri o di oggi, ma anche a qualsiasi ipotetico islam di domani? Lo slogan «il popolo vuole» è il no più chiaro, e più forte, che sia stato detto, la risposta naturale e sincera a questa domanda.

Sebbene nessuno potesse sognarsi una rivoluzione che capovolgesse il mondo arabo in poche settimane, quel grido ha detto che un meccanismo si è rotto. Il fanatismo salafita da una parte, il nazional-socialismo dei regimi militari dall’altra (e il khomeinismo nel campo sciita) non riuscivano più a interpretare i poli della politica araba.

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Amnesty 50 anni contro i Muri…

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Spot ufficiale per il 50 ° anniversario di Amnesty International,  regia di Carlos Lascano, prodotto da Eallin Movimento Arte e vita sognata Studio, con la musica dal premio Oscar Hans Zimmer e Lorne Balfe Nominee.

Official Spot for the 50th anniversary of Amnesty International, directed by Carlos Lascano, produced by Eallin Motion Art and Dreamlife Studio, with Music by Academy Award Winner Hans Zimmer and Nominee Lorne Balfe.

Lady PESC Mogherini “Il mondo non può più affrontare un’altra guerra a Gaza”

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“It is not only the people of Gaza that can’t afford having a fourth war, all the world cannot afford this,” 

“We cannot just sit and wait. If we sit and wait it will go on for another 40 years. We have to have action now,”

 

said  Federica Mogherini, a former Italian foreign minister who recently took over from Catherine Ashton as the top EU diplomat.

Read more: ‘We need a Palestinian state,’ new EU foreign affairs chief says in Gaza | 

Shlomo Sand su Israele: se è “stato ebraico” non è democratico

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Shlomo Sand on his new book, How I Stopped Being a Jew

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Shlomo Sand Poiché lo Stato di Israele si dichiara come Stato ebraico, essere Ebreo in Israele è essere una persona privilegiata. Per fare un esempio, se la Gran Bretagna dichiarasse di non essere uno stato di tutti gli inglesi, ma solo degli inglesi cristiani,  essere una persona inglese  e cristiana sarebbe un privilegio. Ci sono un sacco di cittadini che non sono ebrei, e non possono diventarlo. questa è una buona ragione per non considerarmi più in Israele come un Ebreo “.

Eppure, nonostante la sua natura selettiva Israele è spesso presentata come l’unica democrazia in Medio Oriente. Sand sostiene che una cultura politica liberale esiste all’interno di Israele – il fatto che il suo libro  How I Stopped Being a Jew è stato pubblicato lì, ed è diventato un best-seller, ne è la prova. Ma una vera democrazia, non è. Israele non sta cercando il bene dei suoi cittadini, afferma Sand, ma benefici per gli ebrei in tutto il mondo.

Non sono solo i suoi allievi arabo-israeliani a essere cittadini di uno Stato che non appartiene a loro, i Palestinesi nei Territori palestinesi occupati vivono senza diritti politici e civili, dice Sand. “Non sono 47 giorni o settimane o mesi  Sono 47 anni E’ un periodo storico -.. Israele non può essere definita come una democrazia quando mantiene una popolazione senza diritti fondamentali …  La Tunisia può forse diventare la prima democrazia stabile in Medio Oriente . Forse. “

Israele potrebbe iniziare definendo se stesso come uno Stato israeliano, piuttosto che uno stato ebraico, dice Sand, o anche come una repubblica o una monarchia.

Per quanto riguarda i piani a lungo termine per il paese, Sand spiega che “moralmente” preferisce la soluzione di Uno Stato. “Viviamo troppo vicino con i Palestinesi per vivere completamente separati. Non è possibile. Ma politicamente, quando sto pensando a un progetto politico che può progredire in Medio Oriente, non credo nella soluzione di un unico stato. La società ebrea israeliana è una società molto razzista. Diventare  improvvisamente una minoranza nel proprio stato..  non credo che sia possibile. “